Il caffè corretto: I lupi di Cappuccetto Rosso

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Ha ragione chi pensa, dice o scrive che un giornalista non può proprio permettersi il “sono stato frainteso”, ed è vero che Gramellini in preda ad un paternalismo stucchevole tratta un argomento tragico -che potrebbe diventare ancora più tragico- forse con troppa leggerezza, con questo incipit che a molti è andato di traverso per via del suo essere un argomentum ad judicium, cioè quel considerare un pensiero giusto solo perché nella mente di molti.

Ci sono però una cosa che non riesco ad accettare ed un’altra che non riesco a comprendere. Non riesco ad accettare che oltre le legittime critiche si accavallino anche insulti, turpiloqui, offese personali. Se un corsivo esprime concetti stucchevolmente cerchiobottisti il primo pensiero è criticarlo nel merito, ci penserà dopo il caporedattore a fare la ramanzina. E non riesco a comprendere come si possa poi pretendere una correzione di tiro se l’opinionista non solo non si rende conto dell’errore di pensiero compiuto, della concessione al peggio d’Italia credendo di averla comunque mitigata mettendo dei paletti perché “no, fin qui va bene ma poi le cattiverie no”, senza considerare che il “poteva aiutare benissimo qui in Italia” è direttamente padre (se non fratello politicamente corretto) di quelle frasi ripudiate nel corsivo.


È una pia illusione, come dimostra il nuovo ‘caffè’ dell’indomani nel quale Gramellini difende stizzito la posizione. A suo modo, voleva difendere una ragazza, anche se sminuendo la sua determinazione passandola per ingenuo entusiasmo giovanile.  Ma ricordiamo che difendere gli chi non può farlo da se da delegittimazioni spicciole è giusto, ma chi in queste ore sul web chiama Gramellini “fascista”, “criptofascista” o gli augura la morte non sta insultando lui, ma il fantasma del proprio perbenismo.

(Ecco Gramellini, vediamo se così ti è più chiaro.)