Che fine fanno i nostri dispositivi tech?

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Spesso su Tasc ci si ritrova a parlare di nuovi dispositivi e di nuove tecnologie, che migliorano di volta in volta quelle precedenti. Nella corsa al rinnovamento tecnologico nessuna ditta si risparmia, e di volta in volta propone prodotti con cambiamenti, miglioramenti o del tutto nuovi.
Pensiamo al settore degli smartphone: nel continuo susseguirsi di nuovi apparecchi abbiamo schermi sempre più definiti, sottili e luminosi, o batterie sempre più capienti, piuttosto che processori più piccoli ma più potenti; da poco più di un anno il processore quad-core rappresenta un requisito indispensabile per un cellulare di fascia medio-alta, e già si affacciano al mercato dispositivi con processori octa-core, in una spirale di evoluzione a ritmi sfrenati.
Tutto questo ovviamente contribuisce a creare un desiderio smodato per l’ultimo modello disponibile.

Non tutti partecipano a questa esasperata corsa all’acquisto (nonostante ci capiti spesso di osservare immagini di code chilometriche di fronte ai vari negozi il giorno stesso del lancio di un dispositivo), ma è anche vero che i più equilibrati subiscono questa influenza, scegliendo di “pensionare” il proprio telefono non a questi ritmi ma sicuramente alla prima occasione possibile. Ma che succede invece quando, una volta acquistato il nostro nuovo oggetto del desiderio, buttiamo via quello vecchio?

Dietro la tecnologia

La prima cosa da sapere è che i dispositivi elettronici non vengono semplicemente buttati, ma raccolti e poi riciclati per riottenere le materie prime utilizzate nella costruzione: rame, silicio, ma anche oro e palladio, oltre a molti altri elementi. Un comune smartphone può contenere fino a 60 materiali diversi, tutti più o meno preziosi. La brutta notizia è che la stragrande maggioranza di questi viene spedita in Cina, Africa ed India che, a causa delle alquanto permissive leggi in materia ambientale, ne permettono il riutilizzo senza particolari precauzioni: qui infatti, gli oggetti elettronici vengono smontati dalla popolazione locale (spesso anche da minori) per estrarre ciò che serve e rivenderlo.

 

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